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IN AULA

Lampedusa, Meli: «Chiesero favori in cambio di permessi»

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LAMPEDUSA. «Il dirigente dell’Ufficio tecnico di Lampedusa, Giuseppe Gabriele, mi disse che il Comune avrebbe resistito al ricorso al Tar contro di me solo se in cambio gli avessi concesso i permessi per un piano di lottizzazione». L’ex sovrintendente ai Beni culturali di Agrigento, Pietro Meli, racconta in aula il presunto ricatto che avrebbe subito in relazione a una pratica edilizia che stava portando avanti a titolo personale. Il processo è quello a carico dello stesso Gabriele e di altre ventiquattro persone, fra cui l’ex sindaco Bernardino De Rubeis, ai quali si contesta di avere messo in piedi un complesso intreccio di tangenti e corruttele legato allo svolgimento di lavori pubblici nell’isola.

L’udienza di ieri è stata particolarmente movimentata. Innanzitutto, prima che venisse sentito il teste, l’avvocato Angelo Nicotra, che difende uno degli imputati (l’impiegato del ministero dei Trasporti, Calogero Pullara), ha avuto un grave malore proprio mentre entrava nell’aula. Il professionista è stato soccorso da un cardiologo presente nei corridoi, che ha subito diagnosticato l’infarto, e dai finanzieri che collaborano col pm Salvatore Vella per questo processo che hanno assistito il medico sollevando le gambe dell'avvocato e trattenendolo. L’ambulanza è arrivata dopo pochi minuti e il personale medico è riuscito a stabilizzarlo. Il problema è che la barella attrezzata con monitor e strumentazione clinica pesa centinaia di chili e nell’ascensore del tribunale non c’entrava.

Dopo alcuni secondi di indecisione sulle modalità con cui trasportarlo, da parte del personale medico, i finanzieri e i carabinieri, aiutati da alcuni passanti, hanno sollevato la lettiga e, con molta fatica, hanno sceso due piani fino all’ingresso. Il tempismo dei soccorritori e la presenza casuale del medico sono stati decisivi. Nicotra è stato stabilizzato in ospedale dove gli è stata aperta un’arteria che era del tutto ostruita e gli aveva provocato l’infarto. Stupore fra passanti, avvocati e utenti per la mancanza di un presidio medico all’interno dell’ospedale, di un semplice defibrillatore e persino di un percorso per l’evacuazione. Peraltro, se fosse successo dal terzo piano a salire, dove non ci sono le scale larghe, sarebbe stato impossibile anche per dieci persone scendere la barella medica. Dopo l’episodio c’è stato anche un “incidente diplomatico” fra difensori e giudici del collegio.

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