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CAPORALATO

Braccianti stranieri come schiavi, 6 condanne in appello nell'Agrigentino

Braccianti stranieri sfruttati in campagna per 3 euro all’ora, costretti a lavorare in condizioni disumane per dodici ore al giorno e senza fermarsi. La Corte di appello di Palermo, come chiesto dal sostituto procuratore generale, ha confermato la sentenza di primo grado con cui erano state inflitte sei condanne. Il verdetto era stato emesso il 2 ottobre dell’anno scorso dal gup del tribunale di Palermo, Rosario Di Gioia, che ha riconosciuto colpevoli tutti gli imputati dell’inchiesta anticaporalato «Ponos».

Le pene più alte sono state inflitte alle due donne ritenute a capo dell’organizzazione che operava nell’Agrigentino. Sono Vera Cicakova, 59 anni, e la figlia Veronika, 37 anni: quest’ultima è stata condannata a 7 anni e 4 mesi; 7 anni e 10 mesi alla madre. Un anno e quattro mesi sono stati inflitti a Rosario Burgio, 42 anni, di San Cataldo; 2 anni e 4 mesi per Emiliano Lombardino, 46 anni, di Porto Empedocle; 3 anni a Giovanni Gurrisi, 41 anni di Agrigento; 3 anni per Neculai Stan, 62 anni. La pena finale, per tutti, è ridotta di un terzo per effetto del rito abbreviato. Un settimo imputato - Rosario Ninfosì, 52 anni, di Palma di Montechiaro - aveva patteggiato 2 anni di reclusione. Le accuse contestate sono di associazione a delinquere, sfruttamento del lavoro, favoreggiamento e sfruttamento dell’immigrazione clandestina.

L’indagine, svolta sul campo dai carabinieri, avrebbe accertato l’esistenza di una vera e propria organizzazione per delinquere dedita allo sfruttamento dei braccianti agricoli nelle campagne dell’Agrigentino, con particolare riferimento alla zona di Campobello. Particolarmente eclatante il caso di una donna che, stremata dalla fatica per il lavoro senza soste, abortì a causa delle condizioni disumane di lavoro. I difensori - fra gli altri, gli avvocati Giovanni Pace, Salvatore Loggia, Daniele Re e Salvatore Manganello - dopo la requisitoria hanno illustrato le loro arringhe prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio.

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