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Chiuse le indagini sulla rete di Messina Denaro ad Agrigento, in 30 verso il processo

Cosa nostra agrigentna secondo le risultanze dell’inchiesta «Xydi», si era riorganizzata sotto le direttive del superlatitante e del boss ergastolano Giuseppe Falsone
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Chiuse le indagini sulla nuova rete di Matteo Messina Denaro ad Agrigento. In 30 gli indagati verso il processo. La mafia agrigentina, secondo le risultanze dell’inchiesta «Xydi», si era riorganizzata sotto le direttive del superlatitante Matteo Messina Denaro e del boss ergastolano Giuseppe Falsone, da sempre suo fedelissimo. Il mandamento di Canicattì sarebbe stato gestito dall’anziano boss Calogero Di Caro e dall’imprenditore mafioso Giancarlo Buggea che, dopo essere tornato libero, si era rimesso all’opera con una «consigliori» all’apparenza insospettabile, ovvero la sua compagna, l’avvocato Angela Porcello. La professionista cinquantunenne, che si è poi cancellata dall’Ordine, avrebbe strumentalizzato la sua attività innanzitutto per incontrare Falsone al 41 bis e veicolare i suoi messaggi dal carcere ma non solo: Angela Porcello avrebbe fatto da «cassiera» del mandamento promuovendo e organizzando una serie di incontri con associati anche di altre province. Nella rete della coppia Buggea-Porcello ci sarebbe stato pure un esperto ispettore di polizia in servizio al commissariato di Canicattì - Filippo Pitruzzella - accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: secondo la Dda avrebbe fatto da talpa rivelando indagini riservate sul loro conto e informandoli delle attività di polizia in corso.

Il conflitto tra nuova Stidda e Cosa nostra

L’indagine avrebbe pure svelato i componenti della nuova Stidda che si sarebbe contrapposta alla famiglia di Cosa Nostra. Ipotizzate anche una serie di estorsioni, in particolare nel settore delle mediazioni agricole. Nella lista degli indagati anche un altro poliziotto, Giuseppe D’Andrea, all’epoca in servizio al commissariato di Canicattì, accusato di accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto di ufficio per dei fatti estranei al contesto mafioso. Un appuntato della polizia penitenziaria, Giuseppe Grassadonio, è, inoltre, accusato di rivelazione di segreto di ufficio aggravata perchè avrebbe rivelato all’avvocato Porcello il trasferimento in un altro carcere del detenuto Giuseppe Puleri, presunto mafioso vicino, nonchè parente, del boss ergastolano Giuseppe Falsone. Infine due avvocati di Canicattì - Annalisa Lentini e Calogero Lo Giudice - sono indagati di falso e procurata inosservanza di pena perchè avrebbero, insieme alla collega Porcello, falsificato la data di spedizione di una raccomandata al fine di rimediare a un errore nella presentazione dell’atto di appello di una condanna, nei confronti di un cliente della Porcello, che era diventata definitiva.

I 30 avvisi di conclusione delle indagini

L’avviso di conclusione delle indagini, firmato dai pm Geri Ferrara, Gianluca De Leo e Francesca Dessì, è stato firmato per: Matteo Messina Denaro, 59 anni; Giuseppe Falsone, 51 anni; Giancarlo Buggea, 51 anni; Luigi Boncori, 69 anni; Luigi Carmina, 56 anni; Simone Castello, 72 anni; Antonino Chiazza, 52 anni; Diego Emanuele Cigna, 22 anni; Giuseppe D’Andrea, 51 anni; Calogero Di Caro, 75 anni; Vincenzo Di Caro, 40 anni; Pietro Fazio, 49 anni; Gianfranco Roberto Gaetani, 53 anni; Antonio Gallea, 64 anni; Giuseppe Giuliana, 56 anni; Giuseppe Grassadonio, 50 anni; Annalisa Lentini, 40 anni; Calogero Lo Giudice, 47 anni; Gaetano Lombardo, 65 anni; Gregorio Lombardo, 67 anni; Giovanni Nobile, 60 anni; Antonino Oliveri, 37 anni; Calogero Paceco, 57 anni; Giuseppe Pirrera, 62 anni; Filippo Pitruzzella, 61 anni; Angela Porcello, 51 anni; Santo Gioacchino Rinallo, 61 anni; Stefano Saccomando, 44 anni; Giuseppe Sicilia, 42 anni e Calogero Valenti, 56 anni. Con l’avviso di conclusione delle indagini, i difensori (fra gli altri, gli avvocati Nico D’Ascola, Diego Giarratana, Calogero Meli, Daniela Posante, Lillo Fiorello, Antonino Gaziano, Salvatore Pennica e Giuseppe Barba) avranno venti giorni di tempo per provare a convincere i pm a non chiedere il rinvio a giudizio.

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