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Palma di Montechiaro, fermò le demolizioni: niente rinvio a giudizio per il sindaco Castellino

abusivismo, Agrigento, Cronaca
Stefano Castellino

Niente rinvio a giudizio per il sindaco di Palma di Montechiaro, Stefano Castellino, accusato di falso in atto pubblico, abuso di ufficio e omissione di atti di ufficio per avere disatteso il protocollo, stipulato dal suo predecessore con la Procura della Repubblica, in materia di demolizione di immobili abusivi.

Il 31 gennaio dell’anno scorso, il gup Francesco Provenzano aveva emesso nei suoi confronti una sentenza di non luogo a procedere. Il pm Gloria Andreoli insisteva e chiedeva di rivedere il verdetto. La Corte di appello, invece, ha ribadito il suo no al processo per Castellino, il cui proscioglimento è stato, quindi, confermato. Il processo è stato trattato per iscritto come prevede la normativa legata all’emergenza sanitaria per il Covid.

Castellino, difeso dagli avvocati Santo Lucia e Vincenzo Alesci, era accusato di avere imposto l’alt alle demolizioni per ottenere, in cambio, un vantaggio in termini di consenso elettorale. "Ha solo dato un indirizzo politico con modalità diverse - avevano sostenuto i suoi legali - tanto che nelle prossime settimane, anche a Palma, inizieranno le demolizioni".

A Castellino, in particolare, si contestava - da lì scaturisce l’imputazione di abuso di ufficio - di avere bloccato le demolizioni per averne, in cambio, un consenso elettorale. Secondo i pm, imporre lo stop alle ruspe sarebbe stato un gesto illegittimo, in violazione di legge e dettato da esclusive finalità personalistiche. Castellino, invece, rivendicava la sua autonomia nel decidere i criteri di demolizione e le priorità nell’utilizzo delle somme in bilancio. E’ stato proprio questo il motivo, secondo la sua versione, per cui avrebbe deciso di fermare le demolizioni.

La contestazione di falso ideologico scaturiva da una comunicazione, firmata il 12 luglio del 2017, indirizzata a Questura, Prefettura e Procura, con la quale spiegava che un immobile abusivo a Torre di Gaffe, intestato a una donna, non poteva essere demolito per ragioni di pubblica incolumità. "Non si poteva abbattere un immobile in piena estate nella frazione balneare", era stata la versione della difesa.

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