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Racket a due costruttori, condannati un boss di Agrigento e il suo braccio destro

I giudici della quarta sezione penale della Corte di appello di Palermo hanno condannato il boss Antonio Massimino, 52 anni, e il suo presunto braccio destro Liborio Militello, di un anno più grande, accusati di avere imposto il racket a due noti costruttori agrigentini. In primo grado, il 19 aprile del 2018, il gup di Palermo, Fabrizio Molinari, aveva deciso l’assoluzione di Massimino e la condanna di Militello a quattro anni di reclusione.

Verdetto, impugnato sia dalla procura che dall’avvocato Giovanni Castronovo, difensore di Militello (il capomafia è assistito dall’avvocato Salvatore Pennica), ribaltato in appello, dove Massimino è stato condannato a 6 anni e Militello a 5 anni. Gli imprenditori Ettore e Sergio Li Causi, padre e figlio, ascoltati in aula, hanno confermato le accuse.

«La prima volta - hanno raccontato - Militello è venuto chiedere se potevamo farlo lavorare come piastrellista, subito dopo ci ha detto che lo mandavano quelli di Agrigento e che bisognava fare un regalino». Tre, le ipotesi di tentata estorsione al centro del processo. In una veniva contestato ai due imputati di avere chiesto il pizzo ai costruttori come «messa a posto» per il fabbricato di via Mazzini che stavano realizzando.

Per questo episodio è stato ritenuto colpevole il solo Militello. Un’altra estorsione era contestata al solo Massimino che avrebbe tentato di imporre a Sergio Li Causi l’assunzione di un operaio: l’imprenditore, il 23 marzo del 2016, andò all’appuntamento, nel bar di fronte al tribunale, con il registratore acceso nascosto sotto la giacca e consegnò il nastro agli inquirenti.

Per il giudice che ha deciso il processo in primo grado fu una semplice richiesta amichevole: di diverso avviso la Corte di appello che ha riformato la sentenza riconoscendolo colpevole. Un altro tentativo di taglieggiamento, contestato a entrambi, sarebbe consistito nel chiedere ai Li Causi, con toni minacciosi, di saldare un debito di 85 mila euro con Salvatore Gambino, titolare di un’impresa che si occupa di impianti elettrici.

Secondo il gup di Palermo, questa ipotesi non integrava un tentativo di estorsione ma solo un «esercizio arbitrario delle proprie ragioni» che, sebbene aggravato, non sarebbe stato punibile senza una querela che non è mai stata presentata. Anche su questo punto, i giudici hanno ribaltato il verdetto condannando entrambi gli imputati per l’accusa originaria di tentata estorsione aggravata.

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