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L'INCHIESTA

Mafia: chiesti 20 anni per l'ex assistente parlamentare Nicosia e il boss Dimino

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Antonello Nicosia

I pubblici ministeri della Dda di Palermo, Francesca Dessì e Geri Ferrara, hanno chiesto la condanna a 20 anni di carcere per i due principali imputati del processo scaturito dall’inchiesta «Passepartout» che ha svelato un intreccio fra la famiglia mafiosa di Sciacca e una parte della politica.

Si tratta di Antonello Nicosia, 49 anni, di Agrigento, ex assistente parlamentare della deputata di Italia viva Giusi Occhionero, e accusato di associazione mafiosa; nonchè del boss Accursio Dimino, 62 anni, che era tornato libero dopo due condanne per mafia. Nicosia, attivista radicale, aveva alle spalle peraltro una precedente condanna a 10 anni e 8 mesi di carcere per traffico di droga. Insieme a Dimino, secondo quanto hanno ricostruito i magistrati della procura, avrebbero gestito affari e progettato un omicidio.

A Nicosia si contesta anche di avere strumentalizzato la sua funzione di collaboratore parlamentare per entrare in alcune carceri siciliane, parlare con i boss e trasmettere all’esterno i messaggi che servivano alla gestione della famiglia mafiosa.

Con Nicosia e Dimino - quest’ultimo pure imputato per associazione mafiosa - nell’inchiesta è stata coinvolta anche la parlamentare Occhionero che a ottobre è stata rinviata a giudizio per falso. La deputata, in particolare, avrebbe dichiarato falsamente, in diverse attestazioni indirizzate alle case circondariali di Agrigento, Sciacca e Palermo che, nel dicembre del 2018, Nicosia «prestava una collaborazione professionale diretta, stabile e continuativa».

Nicosia e Dimino, invece, sono imputati davanti al gup di Palermo, Fabio Pilato, nello stralcio abbreviato del processo. La pena proposta, infatti, senza la riduzione prevista dal rito, sarebbe stata di 30 anni di reclusione. Chiesta, infine, la condanna a 2 anni e 4 mesi di Luigi Ciaccio, 34 anni, e a 2 anni e 2 mesi del fratello gemello Paolo, accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante dell’avere agevolato l’associazione mafiosa. I due avrebbero messo a disposizione locali di propria proprietà e utenze telefoniche per aiutare Nicosia, Dimino e altri associati a eludere le investigazioni.

I difensori (gli avvocati Salvatore Pennica, Gioacchino Sbacchi, Paolo Imbornone e Francesca Paulicelli) faranno le loro arringhe il 23 marzo. AGI

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