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LA STORIA

«Nostro figlio poteva essere salvato dai medici»

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I genitori si oppongono alla richiesta di archiviazione già avanzata dalla Procura e chiedono l’avvio di nuove indagini

AGRIGENTO. «Nostro figlio si poteva salvare, era un diciannovenne di 190 centimetri e pesava cento chili. Bastava individuare subito la lesione e tamponarla». Giuseppe Rigoli e Michela Frasca, genitori del povero Enzo, morto in sala operatoria il 16 dicembre di due anni fa, dopo un incidente stradale autonomo con la sua utilitaria in contrada Gasena, nei giorni scorsi hanno ricevuto la notifica della Procura della Repubblica che vuole chiudere il caso.

Per il pm Carlo Cinque, che comunque definisce “sicuramente negligente” l’operato del primario di chirurgia toracica che si sarebbe presentato in sala operatoria due ore dopo essere stato allertato, non esiste la certezza del fatto che il ragazzo “in considerazione della gravità delle lacerazione epatiche e polmonari” avrebbe potuto salvarsi. I genitori, ieri mattina nella terrazza di un bar di Porta di Ponte, hanno incontrato i giornalisti per illustrare «i tanti punti oscuri della vicenda che – spiegano con voce decisa anche se carica dall’emozione – non può finire con l’archiviazione». Giuseppe Rigoli e Michela Frasca chiedono nuove indagini a carico dei sei medici dell’ospedale San Giovanni di Dio (fra pronto soccorso, reparto di Chirurgia, un’anestesista e un chirurgo toracico arrivato appositamente da Gela) iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo.

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