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Il giorno di Livatino: «c’è ancora lo stesso contesto»

Alla cerimonia in contrada Gasena ha preso la parola Alberto Davico, presidente dei magistrati del tribunale di Agrigento
Agrigento, Archivio

AGRIGENTO.  «C'è lo stesso contesto di prima, la situazione non è cambiata. Per i magistrati c'è lo stesso clima di insicurezza di tanti anni fa. Ci sentiamo particolarmente vicini anche per questo al collega Rosario Livatino».
Lo ha detto il presidente della sezione agrigentina dell'Associazione nazionale magistrati, Alberto Davico, ricordando Rosario Livatino ieri in contrada Gasena a Canicattì, proprio nel luogo in cui ventitré anni fa il "giudice ragazzino" venne ucciso dalla mafia.
«È un momento in cui essere malfattori sembra quasi accettabile, noi invece - ha detto il giudice - vogliamo ricordare un uomo caduto a servizio dello Stato mentre andava al lavoro con la propria utilitaria e senza scorta».
«Tante volte - ha proseguito Davico - abbiamo pensato in questi anni al collega Rosario Livatino, anche perché in realtà sappiamo bene che la situazione della provincia di Agrigento non è poi così mutata da poter ingenerare erronei sensi di sicurezza».
«Quindi noi - ha aggiunto il presidente dell'Anm di Agrigento - l'abbiamo sempre sentito molto vicino, con lui abbiamo condiviso lo stesso contesto lavorativo. Livatino costituirà un punto riferimento fermo non solo per noi ma soprattutto, cosa più importante, per i colleghi più giovani che si succederanno negli anni in un territorio abbastanza difficile».
Intanto va avanti il processo, cominciato due anni fa, di beatificazione e canonizzazione di Rosario Livatino, "martire della giustizia e della fede" come lo definì Papa Giovanni Paolo II.
«Siamo quasi alla fine del nostro mandato», ha detto ieri il postulatore della causa di beatificazione don Giuseppe Livatino che presiede i lavori di un'apposito commissione diocesana. «A breve - ha spiegato il sacerdote - noi consegneremo al più presto tutti i fascicoli con i documenti acquisiti al vescovo di Agrigento monsignor Francesco Montenegro che poi deciderà se inoltrare lo stesso fascicolo alla Congregazione delle cause dei santi che a sua volta valuterà se il candidato è degno di essere proclamato beato della chiesa cattolica. Questo è il primo passaggio. Poi ci sarà il passaggio successivo della canonizzazione».
Agli atti del processo di beatificazione c'è anche il presunto miracolo della signora Elena Valdetara Canale di Pavia guarita dalla leucemia dopo l'apparizione in sogno di Livatino. La storia di un nuovo prodigio arriva in questi giorni dalla Puglia, dove una signora cinquantenne racconta che chiedendo il miracolo al magistrato ucciso dalla mafia sarebbe guarita dal cancro.
«Il primo miracolo conclamato - ha aggiunto don Giuseppe Livatino - è una guarigione improvvisa, inspiegabile dal punto di vista medico e definitiva. È ormai da tredici anni che è avvenuto questo fatto prodigioso. Il secondo evento miracoloso è un fatto ancora sotto osservazione perché non abbiamo finora ricevuto la certificazione medica della signora che ci ha raccontato telefonicamente della sua guarigione».
«Speriamo vada a finire bene il processo di beatificazione per Rosario, io ci credo, sarebbe un riconoscimento importante», ha detto ieri commossa la professoressa Ida Abate, insegnante di Livatino al liceo classico di Canicattì. «Del resto - ha aggiunto - la Chiesa presenta attraverso i santi dei modelli. E credo che oggi la giustizia e la società abbiano più che mai bisogno di modelli come lui, di quell'essere e apparire indipendente a cui teneva tanto Rosario Livatino».

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