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Il naufragio del 2013 a Lampedusa, il drammatico racconto: "I miei figli in acqua, ne ho salvato solo uno"

"La barca si è capovolta ho visto i miei figli scivolare in acqua, sono riuscito a metterne in salvo solo uno, e mentre cercavo il resto della mia famiglia ho visto tantissimi cadaveri galleggiare". Con questo drammatico racconto un siriano sopravvissuto al naufragio dell'ottobre del 2013 al largo di Lampedusa in cui morirono 268 persone tra cui 60 bambini ha parlato davanti alla seconda sezione penale di Roma al processo che vede imputati l'allora responsabile della sala operativa della Guardia Costiera, Leopoldo Manna, e il comandante della sala operativa della Squadra navale della Marina, Luca Licciardi. Il testimone nel naufragio ha perso la moglie e altri due figli.

"La barca che ci doveva portare in Italia dalla Libia era solo un peschereccio, quando l'ho vista non volevo più partire ma sono stato minacciato con una pistola, non potevamo più scendere - ha detto l'uomo che adesso vive in Germania -. A un certo punto siamo stati affiancati da un'imbarcazione, militari libici, che ci intimavano di tornare indietro, hanno sparato dei colpi in aria e noi urlavamo che eravamo siriani, di avere pietà di noi, di non spararci addosso. Ma non si sono fermati e hanno sparato ad altezza d'uomo, colpendo l'imbarcazione".

Nel corso dell'udienza è stato ascoltato un secondo sopravvissuto. "La barca ad un tratto si è fermata - ha detto in aula - continuando a imbarcare sempre più acqua. I salvagente non erano in numero sufficiente per tutti e quando siamo finiti in acqua sentito la gente che piangeva. Ad un certo punto ho visto qualcosa di arancione in lontananza, mi sembrava un salvagente, quando mi sono avvicinato nuotando ho visto che era un bambino, sembrava non respirare. L'ho toccato, gli ho stretto la pancia e lui ha iniziato a piangere. Per anni dopo quel naufragio non riuscivo a dormire, sentivo ancora le urla delle donne e dei bambini in mare".

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