VENERDÌ SANTO

Agrigento, il cardinale Montenegro tuona contro mafia, emergenza acqua e rifiuti

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Il cardinale Francesco Montenegro

AGRIGENTO. Combattere l’immobilismo dilagante, la mafia. Sono questi alcuni temi toccati dal cardinale di Agrigento Francesco Montenegro, rivolgendosi alla comunità al termine della processione del venerdì santo in piazza San Domenico. L’arcivescovo ha condannato e spronato i fedeli e i politici a combatte l’emergenza rifiuti, il degrado dei centri storici, la fuga di cervelli dei ragazzi e il cyber bullismo.

Don Franco tuona contro l’immobilismo della gente che è facile e comodo, ma paralizza e porta sempre più in basso: "In questa notte particolare  mi chiedo noi agrigentini, Gesù, ci siamo decisi a giocare seriamente la nostra partita? Il nostro territorio e la nostra città, si sono decise a scalare la classifica del bene comune? So bene che non sempre la palla può finire in rete, potrebbe anche colpire i pali o il loro incrocio, tuttavia questo non può essere un motivo per non provarci. Il non scendere in campo sarebbe disastroso: infatti l'immobilismo facile, comodo e colpevole paralizza, fa registrare continue decadenze, porta sempre più in basso. Dobbiamo convincerci che, tra il male comune, che a torto si dice sia mezzo gaudio, e il bene comune, non ci sono vie di mezzo. Dire: non mi interessa, non è affare mio, è una colpa".

Il cardinale Montenegro ha ricordato le parole ancora attuali che nel maggio 1993 ha pronunciato papa Wojtyla condannando, con assoluta fermezza, la "cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile".

L’arcivescovo Francesco si è chiesto se quelle problematiche, quelle piaghe sociali siano, dopo 25 anni state risolte: "Sono parole che restano attuali come se, da allora, fosse cambiato poco. Certo, le nostre strade non sono più bagnate di sangue come nei tempi passati, ma si continua a togliere vita. La crisi sociale continua a segnarci: ai problemi ricordati se ne sono accumulati altri, penosamente irrisolti, sfiorati solo nelle buone intenzioni di convegni, tavoli di lavoro, interviste ma, rimasti insoluti".

Montenegro ha rivolto un pensiero ai centri storici delle città agrigentine che cadono a pezzi e ormai sono disabitati: "I centri storici di questo territorio continuano a cadere a pezzi, anziché essere fonte di aggregazione sociale, generatori di cultura e occasione per la creazione di nuovi posti di lavoro, come avviene in centri lontani e vicini a noi".

L'acqua per l’arcivescovo di Agrigento rischia di diventare un lusso e non un diritto: "Il nostro territorio è ferito da scempi e da abusivismo, il conto salato che ci tocca pagare sono gli smottamenti, le frane, gli scivolamenti a valle di costoni, il rischio crollo di case, ponti, strade e anche di antiche e splendide opere come la nostra cattedrale".

Ma l'arcivescovo ha bacchettato tutti politici, tecnici, burocrati, cittadini per un’emergenza ormai trascurata da anni quella dei rifiuti urbani: "Per troppo tempo abbiamo fatto affidamento sulle discariche creando bombe ecologiche a orologeria. È vero che la responsabilità può essere addossata ai disservizi. Ma a un segno di civiltà come la raccolta differenziata – ha detto l’arcivescovo – si contrappongono i vergognosi cumuli abusivi di rifiuti indifferenziati in diverse parti del territorio e della città. Quella fila di sacchetti di immondizia che costeggiano le nostre strade non la creano di sicuro nemici immaginari, ma l'irresponsabilità di chi non ama la sua città e questa terra, i suoi concittadini e conterranei. Ci si sente liberi di gettare la qualunque per strada, senza pensare agli altri che la abitano e che hanno il diritto di vivere nell’ordine e con dignità. Però tutti pretendiamo una città pulita. Probabilmente anche chi getta il sacchetto per strada. Gesù – ha sottolineato Montenegro – distruggiamo con la nostra incuria e indifferenza il territorio, che dovrebbe essere fonte della nostra ricchezza, e poi piangiamo perché i figli di questa terra sono costretti a emigrare".

Un territorio quello di Agrigento dove i giovani sono costretti ad andare via: "Loro fuggono, perché costretti dallo scippo che subiscono di futuro e di speranza. Cade, per esempio, come tegola sulla loro testa, e diventa un ulteriore motivo ad andarsene, la continua instabilità del polo universitario. Chiuderà? Resterà? Sì? No? È un’agonia infinita, ma la sua morte sembra avvicinarsi sempre più. A pagare il prezzo di tanta e grave situazione generale sono soprattutto i giovani. Perché dovrebbero rimanere? Su quali prospettive future possono contare? Quali incentivi hanno per costituire giovani famiglie? Gesù ti imploro: ricordati di noi. Ricordati di questa terra tanto bella quanto triste. Non è giusto che rimanga inchiodata nelle code delle classifiche per vivibilità e salubrità. Tu l’hai pensata bella, ricca e ingegnosa".

Un disagio quello dei giovani che dilaga anche per piagi come quelle del bullismo e il cyber bullismo: "Ma come si fa a non vedere – penso soprattutto ai genitori – i nostri adolescenti, poco più che bambini, posteggiati in luoghi delle città con la bottiglia o lo spinello in mano sino a notte inoltrata?".

L’arcivescovo ha voluto anche ricordare due giovani che hanno donato la loro vita per questa terra: il giudice Rosario Livatino e Maria Chiara Mangiacavallo: "Maria Chiara Mangiacavallo, giovane donna coraggiosa di Sciacca è morta nel 2015 a 30 anni.  Nell’ora della brutta malattia e del dolore, ha stupito tutti scegliendo  che la tua passione si sovrapponesse alla sua, vivendo fino all'ultimo istante la beatitudine della semplicità e della piccolezza. Prima tu non appartenevi al suo mondo, ma una volta che vi siete incontrati ha cambiato vita. Alla sua amicizia affido i giovani e alla sua preghiera il prossimo sinodo. Sai, credo davvero che, in questa terra possa vincere la giustizia e si possa vivere la legalità come ci insegna Rosario Livatino. Giovanni Paolo II lo preconizzò ‘martire della giustizia e indirettamente della fede». Allora, significa che si può vivere per il bene comune".

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