AL PIETRO GRIFFO

Le prime tele di Luigi Pirandello in mostra ad Agrigento

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AGRIGENTO. Scriveva come un pittore, frequentava gli atelier di de Pisis e De Chirico, si interessava alla critica d’arte. Quella per i pennelli e per le tele è stata per Luigi Pirandello una vera e propria passione, antidoto per ogni guaio. Una passione che in famiglia era un’epidemia con febbre alta per le arti visive, e che aveva contagiato il fratello minore Innocenzo, la sorella maggiore Lina, pittrice precoce e prolifica - l’altro fratello Giovanni e, ovviamente, il figlio Fausto.

Luigi, ingegno versatile, andava in giro con la sua scatola di pennelli, pronto a immortalare scorci della natura, una costante della sua pittura dalla matrice psicologica, a carpirne quel mistero che «fermava» in tavolette che poi regalava agli amici: un narratore-pittore anche attraverso le parole, e le parole dipinte, analizzava la realtà intorno. Non c’è difformità tra le sue carte letterarie e la pittura: basti leggere novelle come «Il vitalizio» o «Il treno ha fischiato» per rendersi conto di come la pittura abbia avuto una diretta influenza sulla tecnica narrativa e di come sia presente su entrambi i fronti, letterario e pittorico, l’amore per la dolcezza del paesaggio. E poi il mare, le vecchie barche, i pescatori.

«Sto qua ad Anticoli a dipingere, e vorrei cangiar professione. Punto e a capo», scrisse alla sua rossa musa, Marta Abba - un sismografo avrebbe rivelato undici anni di scosse tremende e senza sosta tra i due - pochi mesi prima di morire. Nient’altro che una conferma: nell’ultimo tratto di vita, le sue ore più serene le trascorse dipingendo. Una lunga premessa per introdurre «Luigi Pirandello e la cultura artistica fra Ottocento e Novecento», la mostra che si inaugurerà venerdì (ore 18, fino al 21 gennaio) al Museo archeologico regionale «Pietro Griffo» di Agrigento, nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario della nascita del drammaturgo. Un appuntamento per riscoprire la passione e l’interesse di Pirandello per le arti figurative, con particolare attenzione agli artisti appartenenti alla temperie culturale tra l’Ottocento e il primo Novecento, cui rivolse la sua attenzione critica attraverso testimonianze e scritti.

In mostra ad Agrigento le prime tele di Luigi, ma anche quelle dei fratelli Innocenzo, Giovanni e Rosolina e del figlio Fausto, a confronto con alcuni lavori di Francesco Lojacono, Natale Attanasio, Salvatore Marchese, Giulio Aristide Sartorio, Giorgio De Chirico, Mario Mafai, Antonietta Raphael, Mario Rutelli, Filippo de Pisis, Umberto Coromaldi, Francesco Trombadori, Camillo Innocenti, Vincenzo Gemito, Roberto Melli e Michele Tripisciano. L’esposizione, curata dalla Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Agrigento, in collaborazione con il Polo Regionale di Agrigento per i siti culturali, è realizzata con opere provenienti da istituzioni museali pubbliche e collezioni private.

«Si tratta di un omaggio a una peculiarità culturale della famiglia Pirandello - spiega Gabriella Costantino, soprintendente ai Beni culturali di Agrigento - legata alle arti visive, che intende portare anche alla fruizione del pubblico gli aspetti meno noti dello scrittore, pittore colto e raffinato, interprete di intimisti ritratti familiari e di paesaggi evocati secondo un solido stile novecentesco legato alla pittura post-cezanniana degli artisti toscani e romani». Le sue «tavolette» provenienti da collezioni private in mostra sono: «Marina» di Porto Empedocle e «Barche». L’intero percorso si snoda attraverso l’esposizione di circa 30 opere, tra dipinti, sculture e grafica, di artisti dell’‘800 e del primo ‘900 con particolare attenzione all’esperienza artistica di Fausto Pirandello e della Scuola Romana, cui fu legato nel periodo in cui il padre era in vita.

Diversi i due fratelli, Luigi e Lina: lui prediligeva i colori freddi, la tonalità della scala del grigio acromatico, lei utilizzava impasti delicati di colori e sfumature impalpabili. Ecco la «Marina» e «Il tempio dei dioscuri» di Lina: «La sorella prese lezioni di stampo verista in una Agrigento a quel tempo classicista, a lei Luigi chiedeva da Parigi “mi faccia cortesia di un pezzettino Caos”. Quando, sposato l’ingegner De Castro, lascerà l’Isola si muoverà verso un realismo post-impressionista», spiega la Costantino.

Per restare in famiglia, ecco Fausto, uno dei massimi artisti del ‘900, con il ritratto del padre, proveniente dalla Galleria nazionale di Roma e il «Nudo rosso» dalla Galleria civica di Monreale. Pirandello rimaneva colpito dalla schiettezza degli artisti, come quella che gli trasmettevano certe opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Di Francesco Lojacono, tra i primi paesisti d’Italia, Pirandello non nascose la delusione per la tela «D’estate in villa»: superbo il disegno ma infelicissime e povere le figure e difettosa la luce.

Delle opere di Aristide Sartorio ammirava una fisionomia tutta propria e un insuperabile colore: «È stato anche critico d’arte per il “Giornale di Sicilia” – continua la Costantino, che ha contato sulla collaborazione degli storici dell’arte, Rita Ferlisi e Gaetano Bongiovanni - e, un po’ come Sciascia, ha promosso i siciliani validi, tra cui lo scultore nisseno Michele Tripisciano di cui abbiamo in mostra una testa in pietra calcarea». Insomma, scopriamo il Pirandello critico: stesso rigore e stessa preparazione del creatore di pagine indimenticabili.

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