TRIBUNALE

Mafia, revocato il «carcere duro» a Messina

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«Non erano messaggi cifrati per comunicare col fratello ma semplici battute che ha ripetuto in altre lettere a un amico insospettabile»

AGRIGENTO. Non erano messaggi cifrati per comunicare qualcosa al fratello capomafia ma semplici battute che ha ripetuto in altre lettere a un amico insospettabile. Il tribunale di Sorveglianza di Roma revoca il 41 bis, il regime di “carcere duro”, che era stato imposto nei mesi scorsi al boss Salvatore Messina condannato all’ergastolo nel maxi processo Akragas per associazione mafiosa, omicidio e tentato omicidio.

I giudici capitolini hanno accolto il ricorso del difensore, l’avvocato Salvatore Pennica, che aveva prodotto in udienza le lettere indirizzate da Messina a un ragazzo, amico di famiglia, spiegando che «erano dello stesso tenore di quelle inviate al fratello Gerlandino e non si tratta affatto di messaggi in codice». Messina, adesso quarantacinquenne, dopo sedici anni di reclusione ordinaria, lo scorso aprile si era visto notificare nel carcere di Oristano il decreto del ministro della Giustizia Andrea Orlando che gli applicava il 41 bis che prevede ulteriori limitazioni nei contatti con l’esterno fra cui la riduzione di visite con familiari e colloqui con difensori e restrizioni nella socialità con gli altri detenuti. «Frasi avulse dal contesto nelle quali potrebbero celarsi messaggi in codice come ad esempio l’essersi recato a Ferragosto del 2014 in una spiaggia denominata San Giovanni».

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