Contagiato alla nascita con sangue infetto, famiglia di Sciacca risarcita con due milioni di euro

Agrigento, Archivio

SCIACCA. L'assessorato regionale alla Salute dovrà pagare oltre due milioni di euro a una famiglia saccense. La sentenza è arrivata al termine di una battaglia processuale intrapresa nel 2006 da un giovane saccense, M.S., allora minore, che a causa di una trasfusione di sangue praticatagli nel 1990, al momento della nascita presso l'ospedale, ha contratto il virus dell'epatite C che, a soli 16 anni, ha determinato la comparsa di una cirrosi epatica prima e di un tumore al fegato poi. I familiari, assistiti dagli avvocati Angelo Farruggia e Annalisa Russello, del Foro di Agrigento, hanno avviato una causa contro l'ospedale di Sciacca e l'assessorato regionale alla Salute, ritenuti responsabili di non avere adeguatamente controllato la qualità del sangue somministrato, poi di fatto rilevatosi contaminato dal virus HCV. I legali oltre ad una responsabilità per mancato controllo del sangue da somministrare hanno addotto una responsabilità per violazione dell'obbligo di informare adeguatamente i genitori dell'allora neonato, del rischio connesso alla terapia trasfusionale. L'assessorato alla Salute, difeso dall'Avvocatura di Stato, si è difeso in giudizio sostenendo di non avere alcuna colpa, sia per la imprevedibilità del contagio, sia per il fatto che nel 1990 ancora non esisteva un obbligo legislativo ad acquisire il consenso informato dei pazienti, sia per il fatto che in ogni caso la trasfusione risultava necessaria a salvare la vita del neonato. Già nel 2008, il Tribunale di Palermo aveva condannato, proprio per violazione dell'obbligo di acquisire un consenso informato, l'assessorato alla Salute a risarcire sia il giovane per i danni subiti a causa del contagio degenerato, a soli sedici anni, in tumore al fegato, sia il padre, la madre ed il fratello, riconoscendo un risarcimento di un milione 150 mila euro. Avverso alla sentenza l'assessorato aveva proposto appello sostenendo che la sentenza di primo grado andava riformata ed annullata. Innanzi all'appello proposto dall'Avvocatura di Stato, la famiglia di Sciacca, per il tramite dei loro legali, anziché limitarsi a difendere la sentenza, a loro volta l'ha impugnata proponendo appello incidentale e chiedendo un aumento del risarcimento, sostenendo che il Tribunale nel liquidare il danno, da un lato non aveva fatto uso, come invece doveva, delle tabelle applicate dal Tribunale di Milano per la liquidazione del danno biologico, dall'altro aveva liquidato gli interessi legali dal momento dell'emissione della sentenza e non dalla manifestazione del danno. La Corte di Appello di Palermo ha rigettato l'appello proposto dall'assessorato per il tramite dell'Avvocatura, dall'altro, in accoglimento dell'appello incidentale proposto dagli avvocati Farruggia e Russello, ha aumentato di ben 750 mila euro il risarcimento riconosciuto con la sentenza di primo grado, portandolo da un milione 150 mila a un milione 900 mila euro che, considerati considerati gli ulteriori interessi legali, lieviterà a oltre due milioni di euro.

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