«Lampedusa sia riscattata da queste pagine di dolore»

Il sindaco: «Serve una regia unica della Protezione civile. Non si possono trattare come clandestini bimbi di 4 mesi»
Agrigento, Editoriali

LAMPEDUSA. Lampedusa, isola che accoglie i vivi e i morti. Venti chilometri quadrati che, in solitudine, da oltre 15 anni sopportano il peso di una emergenza che è divenuta dramma. Porta dell'Europa che non riesce a svilupparsi, ad esprimere a pieno le sue potenzialità, perché alla naturale condizione di insularità somma l'esigenza di fronteggiare quotidianamente gli sbarchi di immigrati e le tragedie che hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero. Lo stop agli approdi, la salvezza di chi scappa da guerre e fame, sono legati visceralmente al riscatto economico e sociale dell'isola. Ne è convinta Giusi Nicolini, sindaco «battagliero» delle Pelagie che, anche ieri, a denti stretti urlava la sua rabbia e quella della comunità: «Il destino di Lampedusa, come luogo di confine, è legato alle politiche in materia di immigrazione». Perché è stata proprio l'emergenza interminabile dell'immigrazione clandestina che fino ad oggi ha mascherato, coperto, i reali problemi, i bisogni, di una comunità dal cuore grande.


SINDACO, LAMPEDUSA, OGGI, DI CHE COSA HA BISOGNO? CHE COSA POTREBBE CONTRIBUIRE AL SUO RISCATTO, SPEGNENDO, DEFINITIVAMENTE, LA STANCA RABBIA DEGLI ISOLANI?


«Per tanti anni, l'emergenza immigrazione ha nascosto i veri problemi di questa piccola comunità. Di Lampedusa s'è parlato per gli sbarchi, per i recuperi in mare aperto, per i migranti morti. Drammi che hanno tenuto offuscata l'attenzione sui veri problemi: l'assenza di approvvigionamento idrico autonomo, i trasporti precari, la sanità inesistente, l'impossibilità di sviluppo».

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