«Usura e botte all’imprenditore Vita»: un’assoluzione, due condanne ridotte

AGRIGENTO. Un'assoluzione, due condanne ridotte e un proscioglimento per prescrizione confermato. Questo il verdetto della quarta sezione della Corte di appello di Palermo che ieri mattina ha messo il sigillo sul processo a carico dei presunti usurai denunciati dal commerciante di auto Giuseppe Vita e dai suoi familiari. In primo grado erano stati inflitti nove anni di reclusione ciascuno a Sergio Nobile e Salvatore Simone, responsabili, oltre che di reati di usura, anche di estorsione, percosse e lesioni. I due avrebbero aggredito fisicamente Vita, puntandogli una pistola alla testa. La circostanza fu anche immortalata da una telecamera. Nobile si giustificò in aula sostenendo che si trattava di un'arma giocattolo e che lo aveva fatto solo perché Vita lo aveva raggirato e gli doveva restituire un'ingente somma di denaro. Un altro imputato, Lillo Chianetta, era stato condannato a due anni e due mesi di reclusione, mentre Rita Onolfo, Giuseppe Schillaci e Antonio Cinquemani avevano beneficiato della prescrizione: il reato di usura, secondo i giudici del tribunale di Agrigento, non era più punibile. La Corte presieduta dal giudice Maria Patrizia Spina ha accolto l'appello dell'avvocato Raimondo Tripodo assolvendo Simone da tutte le accuse. Nettamente diminuita anche la condanna a Nobile: da 9 a 5 anni. Il favarese, difeso dall'avvocato Gianluca Sprio, è stato assolto da alcune singole imputazioni e una delle più gravi, l'estorsione con la pistola, è stata riqualificata in tentativo di estorsione. Ridotta la pena anche per Chianetta: da 2 anni e 2 mesi a un anno e tre mesi. Rita Onolfo, l'unica imputata che aveva appellato la prescrizione chiedendo un'assoluzione nel merito, si è vista confermare la sentenza. Il processo è scaturito dalle denunce del commerciante che ha raccontato di essere stato vittima dell'usura per cinque anni (dal 1996 al 2001) e di avere subito violenze ed estorsioni. Vita si è costituito parte civile con l'assistenza degli avvocati Giuseppe Arnone e Daniela Ciancimino.  

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