La protesta per l’arte in piazza le monache di clausura

Interrotta la regola del silenzio per chiedere interventi: monastero a rischio per le perdite d’acqua

AGRIGENTO. A Santo Spirito, nel cuore del centro storico di Agrigento, da secoli si applica la regola del silenzio. Infranta solo alle 4.30 del mattino, quando il suono della campana del monastero invita le suore di clausura al alzarsi e rimettersi in preghiera: «La veglia comincia quando quella del mondo finisce. Ecco lo Sposo andategli incontro!», si legge in un decalogo dell’Ordine delle Benedettine Cistercensi. E nel cuore dell’alba le monache lodano Dio «per quelli che non lo fanno». Il silenzio continua, poi, per tutta la giornata, senza pause tra l’Ufficio delle letture, la meditazione della Parola, l’Eucarestia, l’ora terza e la sesta seguita dalla recita dell’Angelus, i vespri, i momenti di fraternità, la cena e il ritorno in cella per la notte recitando un Gloria e un ritornello antico («... in pace mi corico e subito mi addormento») che anticipa la benedizione della madre Abbadessa che chiude la giornata. È così da secoli e secoli. Ma la regola in questi giorni viene infranta, e volentieri, dalla religiose che scendono in piazza e si uniscono alla protesta. In ballo c’è la loro permanenza ad Agrigento, c’è la stessa storia del convento e la chiesetta annessa che custodisce preziosissimi stucchi di Giacomo Serpotta. Tuona suor Faustina, la giovanissina badessa: «Non possiamo restare a guardare che il nostro monastero continui a perdere pezzi. Io sono molto preoccupata nel vedere che la nostra casa stenta a sopravvivere. Questi stucchi sono stati voluti dal nostro Ordine che li ha custoditi con amore». Che da solo non basta. Il monastero «galleggia» sull’acqua, è circondato da reti idriche vecchie di sui nessuno conosce le diramazioni. E tutte le volte che nella zona viene erogata acqua le antiche pareti del convento s’inzuppano. Si dovrebbero riparare le condotte colabrodo, si dovrebbe fronteggiare l’emergenza umidità. Si dovrebbe. Ma in realtà non si fa niente e gli stucchi, gli angeli, le raffigurazioni sembrano appena tornate da un campo di battaglia: tutti claudicanti e con vistose ferite. Pezzi di mani sono già caduti, altri si sono briciolati, un grande pannello pieno di decorazioni si sta distaccando. «La situazione è sotto controllo, lo stiamo puntellando», assicura il sovrintendente ai beni culturali Pietro Meli». Il suo ufficio tecnico è al lavoro per intervenire su tutti i fronti, ma mancano al momento i finanziamenti ed i capitoli della Regione sono prosciugati. Ci vorrebbe anche un sistema di deumidificazione con la collocazione di alcuni apparecchi che attraverso le onde elettromagnetico impediscono all'acqua di risalire. A finanziarlo dovrebbe pensarci il ministero degli Interni, proprietario della Chiesa. La richiesta deve ancora partire e manca pure il progetto. Qualche buona notizia arriva dai privati. Tra i commercianti di via Atenea è in corso una «colletta» per salvare gli stucchi. L’artista Roberto Vanadia ha realizzato un presepe, ed i soldi dei visitatori saranno devoluti alla salvaguardia delle opere barocche. Realizzato anche un calendario da tavolo per racimolare fondi. Un sit-in, per richiamare l’attenzione delle istituzioni e della prefettura, si è svolto venerdì sera davanti alla chiesa. E le monache non ci hanno pensato due volte a unirsi al gruppo di laici e studiosi che ha alzato cartelli, sollecitato interventi. Lasciate le celle suor Faustina e alcune delle alre suore anziane hanno fatto sentire la loro voce. Perché, si sa, il silenzio è d’oro, mette al cospetto di Dio. Ma quando ci vuole, ci vuole.

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