Campobello di Licata, condannato l'ex sindaco deceduto

La Cassazione ha emesso la sentenza di condanna per Calogero Gueli, morto più di un anno fa, il 17 luglio 2011. Le motivazioni sono state depositate oggi
Agrigento, Archivio

ROMA. La Cassazione ha processato e condannato per diffamazione, lo scorso 18 settembre, a più di un anno dalla morte, avvenuta il 17 luglio 2011, l'ex sindaco di Campobello di Licata, Calogero Gueli.

Le motivazioni della sentenza sono state depositate oggi anche con condanna per l'imputato defunto al pagamento delle spese processuali.

Evidentemente, per qualche tipo di disguido, la Quinta sezione penale della Suprema Corte non ha preso atto della morte di Gueli e lo ha processato come se fosse ancora vivo. Prima dell'udienza di settembre, alla quale non era presente il difensore dell'ex sindaco, il fascicolo di Gueli era stato mandato in copia alla Procura che lo aveva studiato ed era arrivata alla conclusione di chiedere l'annullamento senza rinvio della condanna ritenendo applicabile la prescrizione.

Nel verdetto - sentenza 42961 - non è riportata l'entità della pena inflitta e nemmeno a quanto ammonta il risarcimento del danno in favore della parte lesa, Giuseppe Sferrazza, il geometra del comune di Campobello e avversario politico di Gueli che, per il partito comunista, venne anche eletto all'assemblea regionale siciliana. La Suprema Corte, nella sentenza, ha confermato la condanna per diffamazione a carico di Gueli ritenendo lesivo della reputazione del rivale il fatto che l'ex sindaco avesse di lui detto, nel corso di una intervista, che "non potendo utilizzare le stesse armi che usavano i suoi padri ed i suoi nonni, cioè la pistola", egli usava le denunce penali per poter colpire i sindaci e i funzionari del Comune. Il riferimento era alla circostanza che il padre dello Sferrazza era stato condannato 70 anni prima per reati di tipo mafioso.

In proposito la Suprema Corte afferma che non bisogna "trascurare" la tutela del "diritto all'oblio" - paradossale se pronunciata a discapito di un imputato morto - nei casi in cui "il riferimento ad eventi risalenti nel tempo non sia giustificato da finalità di ricostruzione storica". Per questo il richiamo velato, fatto da Gueli ai trascorsi penali del padre di Sferlazza, è stato
giudicato, dalla Cassazione, una "gratuita aggressione" alla sfera personale dell'antagonista sferrata con argomenti che dovrebbero essere considerati 'sotterrati', per sempre, dal
lungo tempo trascorso.

Nel 2006, Gueli venne arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e, dopo la condanna in primo grado a tre anni e quattro mesi, venne poi assolto. Durante i
suoi 18 giorni di carcere all'Ucciardone, l'ex sindaco scrisse un libro nel quale criticava lo scarso rigore di certe inchieste antimafia.

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